Le donne di Marrakech: tre storie di artigianato, lavoro e indipendenza

16 Ott, 2026

Quando abbiamo iniziato a organizzare il nostro primo viaggio a Marrakech con un gruppo di donne, lo scorso anno, sapevamo che avremmo voluto inserire nell’itinerario almeno un incontro con una realtà femminile locale.

È qualcosa che cerchiamo di fare in tutti i nostri viaggi. Ci piace conoscere le donne attraverso il loro lavoro, ascoltare le loro storie e sostenere progetti che offrano opportunità concrete. Perché crediamo che il lavoro sia prima di tutto una questione di dignità e indipendenza.

Abbiamo cominciato a documentarci, leggere articoli, cercare associazioni e iniziative che ci incuriosissero e che avremmo avuto piacere di condividere con le nostre viaggiatrici.

La prima scoperta è stata Amal.

Cercavamo una cooking class da fare insieme a donne marocchine. Imparare a preparare un piatto tradizionale con chi lo cucina ogni giorno è già una bella esperienza, ma volevamo aggiungere qualcosa in più. La possibilità di contribuire, attraverso quell’attività, a un progetto che avesse un valore anche per la comunità locale.

Poi, grazie al suggerimento della nostra guida, abbiamo scoperto Alnour, un laboratorio di ricamo che offre opportunità di lavoro a donne con disabilità. Un’altra realtà, un’altra storia, che ci ha fatto riflettere su quanto possa essere difficile conquistare la propria indipendenza quando alle difficoltà di essere donna si aggiungono quelle legate alla disabilità.

Infine, le cooperative femminili dell’olio di argan. Una scelta forse più conosciuta, perché queste cooperative esistono da molti anni e sono ormai parte di numerosi itinerari in Marocco. Ma proprio per questo ci interessava capire come funzionassero, come le donne lavorassero insieme e come un sapere tradizionalmente femminile avesse dato vita a forme di collaborazione e di autonomia economica.

Tre realtà molto diverse, accomunate da qualcosa che ci sta particolarmente a cuore: il valore del lavoro delle donne e la possibilità di costruire, attraverso le proprie competenze, un futuro diverso.

Amal — Una cucina che offre nuove possibilità 

La storia di Amal ci è piaciuta fin da quando abbiamo cominciato a leggerla.

Nasce da una donna, Nora Fitzgerald Belahcen, e da un incontro che non è riuscita a dimenticare. Nella medina di Marrakech, Nora incontra una madre che dà al suo bambino del tè zuccherato perché non può permettersi di comprare il latte.

È una di quelle situazioni davanti alle quali è facile sentirsi impotenti. Ma Nora decide di fare qualcosa. Non soltanto aiutare quella madre nell’immediato, ma cercare una soluzione che possa cambiare concretamente la vita di altre donne.

Da questa idea, dopo un percorso fatto di piccoli passi, nasce nel 2012 Amal, che in arabo significa speranza.

Il progetto offre a donne in situazioni di difficoltà la possibilità di formarsi nel settore della ristorazione, imparare un mestiere e trovare un lavoro che permetta loro di mantenere sé stesse e le proprie famiglie.

È questo che ci ha colpito fin dall’inizio. Non un progetto basato soltanto sull’assistenza, ma sulla creazione di opportunità. Un luogo dove le donne possano acquisire competenze, lavorare e costruire la propria indipendenza.

Avevamo visto le fotografie, letto la storia e approfondito le attività dell’associazione. Ma quando siamo arrivate ad Amal ci siamo rese conto di quanto lavoro ci fosse dietro quel progetto.

Per raggiungere Amal ci siamo allontanate dalla medina, lasciandoci alle spalle le stradine affollate e i souk per entrare in una zona più moderna di Marrakech. Anche questo ci interessava. Marrakech non è soltanto la città delle mura rosse, dei riad e dei mercati. C’è una città contemporanea, fatta di quartieri residenziali, attività e persone che vivono una quotidianità molto diversa da quella che incontriamo abitualmente come viaggiatrici. Andare da Amal significava anche scoprire un po’ di questa Marrakech.

Abbiamo trovato un ambiente moderno, fresco, piacevole. Un luogo in cui si percepisce la cura degli spazi e delle persone, ma soprattutto l’attenzione alle necessità quotidiane delle donne. Hanno costruito anche un asilo, per permettere alle mamme di seguire la formazione e lavorare tranquille, sapendo che i loro bambini sono accuditi. È uno di quei dettagli che raccontano la concretezza del progetto molto più di tante parole. Perché offrire un’opportunità di lavoro significa anche creare le condizioni perché una donna possa davvero coglierla. Abbiamo scoperto una realtà che coinvolge anche giovani e che negli anni ha dato vita a nuove iniziative, come il Sign Café, un caffè inclusivo dove lavorano persone sorde.

E poi è arrivato il momento di entrare in cucina.

Abbiamo raccolto le erbe, preparato la tajine, soffiato sotto il fuoco per alimentarlo. Abbiamo bevuto il tè insieme e infine condiviso il pranzo che avevamo cucinato.

Sono gesti semplici, quelli che si fanno ogni giorno in una cucina. Ma farli insieme, in quel luogo, conoscendo la storia del progetto e delle donne che ne fanno parte, ha dato a quell’esperienza un significato diverso.

Sapevamo che la nostra cooking class avrebbe contribuito, anche se in piccola parte, a sostenere le attività di Amal.

Ci piace pensare che quel contributo sia un piccolo seme, destinato a non andare perduto.

Alnour — Quando il ricamo diventa indipendenza

Alnour è stata una scoperta che dobbiamo alla nostra guida locale. Durante la preparazione del viaggio ci aveva parlato di questo progetto, nato per offrire opportunità di lavoro a donne con disabilità. Avevamo cominciato a documentarci e la sua storia ci aveva incuriosite, anche se non sapevamo esattamente che cosa aspettarci. La domenica siamo andate a visitare il negozio, nella medina di Marrakech.

Alnour, che in arabo significa luce, realizza tessuti e capi ricamati a mano, lavorando anche materiali pregiati come il cashmere e la seta. Sono prodotti bellissimi, nei quali la tradizione del ricamo marocchino incontra un gusto contemporaneo e una grande attenzione alla qualità.

Ma quello che ci ha sorprese non è stata soltanto la bellezza dei tessuti.

Ci hanno mostrato gli ambienti dedicati alle donne che lavorano nel progetto e ci hanno raccontato che possono portare con sé anche i figli. Per i bambini vengono organizzate attività educative, lezioni di inglese e momenti di aiuto allo studio.

Ancora una volta ci siamo trovate davanti a un progetto che non si limita a offrire un impiego, ma cerca di rispondere alle necessità concrete delle persone. Gli spazi erano nuovi, moderni, funzionali. Molto diversi dall’immagine di laboratorio artigianale tradizionale che forse ci eravamo costruite prima di arrivare.

Ci hanno invitate a tornare il giorno successivo per visitare il laboratorio vero e proprio, quello dove si trovano i telai e si svolge gran parte della lavorazione. Naturalmente siamo tornate.

L’ingresso è in una piccola via, quasi nascosta, accanto al Jardin Secret. Da fuori uno non si immagina quello che si trova oltre la porta. Si apre un laboratorio grandissimo, moderno, con un tetto di vetro attraverso il quale entra una quantità straordinaria di luce naturale. Qui abbiamo scoperto anche come viene organizzato il lavoro. Ci hanno spiegato che la tessitura ai telai richiede un notevole sforzo fisico e viene quindi affidata prevalentemente agli uomini, mentre le donne si occupano soprattutto del ricamo, un lavoro di precisione che richiede abilità, pazienza e una grande esperienza.

Ma Alnour è molto più di un laboratorio tessile.

Il progetto è stato costruito per permettere a donne con disabilità di lavorare e raggiungere una maggiore autonomia. E per farlo non basta offrire un posto di lavoro. Occorre creare le condizioni perché quel lavoro sia davvero accessibile.

Per questo Alnour ha sviluppato una rete di supporto che comprende trasporti, assistenza sanitaria e accesso a visite specialistiche. Un sistema che aiuta le donne a prendersi cura di sé, delle proprie famiglie e a partecipare attivamente alla vita lavorativa.

Ci ha colpito anche la dimensione imprenditoriale del progetto. Alnour non rinuncia alla qualità del prodotto, anzi, ne fa uno dei propri punti di forza. Collabora con realtà prestigiose, tra cui Four Seasons e Le Jardin Secret, e organizza pop-up store anche in Europa.

Dietro quei tessuti non c’è soltanto un progetto sociale. C’è un’attività artigianale di alto livello, capace di unire competenze, qualità e attenzione alle persone.

Siamo uscite da Alnour con la sensazione di aver conosciuto una realtà molto più articolata di quanto avessimo immaginato.

Un luogo dove il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma anche la possibilità di sentirsi autonome, attive e parte di qualcosa.

L’argan — Un sapere che passa di madre in figlia 

L’olio di argan è probabilmente uno dei prodotti marocchini più conosciuti al mondo. Lo troviamo nei cosmetici, nei prodotti per capelli, nelle creme, spesso racchiuso in piccoli flaconi che raccontano ben poco del lavoro necessario per ottenerlo.

Eppure dietro quell’olio c’è una tradizione antica, profondamente legata alle donne del Marocco.

La lavorazione dell’argan è sempre stata, soprattutto nelle comunità rurali del sud-ovest del Paese, un sapere femminile, tramandato di madre in figlia attraverso gesti imparati osservando e lavorando insieme. È un processo lungo e faticoso. I frutti vengono raccolti ed essiccati, la polpa rimossa, i noccioli aperti per estrarre le mandorle, che vengono poi lavorate per ottenere l’olio. Ogni passaggio richiede tempo, abilità e pazienza.

Nel 2014 l’UNESCO ha riconosciuto le pratiche e i saperi legati all’argan come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Le cooperative femminili sono nate anche dalla possibilità di trasformare questo sapere tradizionale in un’attività economica organizzata, nella quale le donne potessero lavorare insieme, condividere la fatica e ottenere un reddito dal proprio lavoro.

Durante il nostro viaggio abbiamo voluto conoscere da vicino una di queste realtà.

È forse un’esperienza più conosciuta rispetto ad Amal e Alnour, perché le cooperative dell’argan esistono da molti anni e vengono spesso proposte nei viaggi in Marocco. Ma per noi aveva comunque un significato preciso. Volevamo vedere che cosa ci fosse davvero dietro un flacone di olio. Capire la complessità della lavorazione, osservare i gesti delle donne e conoscere una forma di collaborazione nata intorno a un sapere che appartiene alla loro storia.

Vedere quanto lavoro richieda ottenere un prodotto che siamo abituate a utilizzare con tanta facilità ci ha fatto guardare quell’olio in modo diverso.

Ed è anche questo che cerchiamo durante i nostri viaggi: occasioni per comprendere meglio ciò che spesso diamo per scontato.

Storie di donne, di dignità e indipendenza

Queste sono storie di donne che non si piangono addosso, che non chiedono elemosina né di essere compatite per la loro condizione.

Al contrario, pur vivendo situazioni difficili, in un Paese che sta cambiando ma dove persistono ancora forti pregiudizi nei confronti delle donne e, soprattutto, delle persone con disabilità, hanno deciso di rimboccarsi le maniche, mettere a frutto le proprie capacità e contribuire a costruirsi un futuro di dignità e indipendenza.

Ma sono anche storie che nascono da altre donne. Donne che hanno saputo riconoscere le difficoltà di chi avevano accanto, che non si sono fermate alla compassione e hanno avuto la sensibilità, la determinazione e la forza di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose.

Perché è questo che ci ha colpito di più durante i nostri incontri a Marrakech: non soltanto il valore dei singoli progetti, ma la capacità di trasformare un problema in un’opportunità, un sapere in un lavoro, un’idea in una realtà che continua a crescere.

Sono storie positive, di resilienza, determinazione e solidarietà femminile.

Storie che ci piace conoscere, sostenere e condividere con le donne che viaggiano insieme a noi.

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PROSSIME PARTENZE

Facciamo pochi viaggi, è vero. Ma li scegliamo uno per uno, con attenzione quasi artigianale. Perché per noi ogni partenza è un’occasione preziosa: un piccolo tempo fuori dal tempo, da vivere in gruppo, ma senza folla. Insieme, ma con leggerezza.